Lezioni di Fotografia: Qualità d’immagine

Corso Fotografia Digitale – Lezione 5

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Profondità di colore

La risoluzione del sensore digitale già vista in precedenza non è il solo fattore che determina la qualità delle immagini. La resa del colore è altrettanto importante. Quando noi osserviamo una scena reale od una immagine stampata, i nostri occhi sono in grado di distinguere milioni di sfumature di colori diversi. Le immagini digitali possono avvicinarsi alla rappresentazione di questo realismo cromatico sul monitor di un computer solo se le sue possibilità e la sua configurazione lo consentono.

Il numero di colori in un’immagine si definisce profondità di colore. I PC più vecchi avevano una profondità di solo 16 o 256 colori. Tuttavia quasi tutti i sistemi più moderni sono dotati di schede video a 24-bit o 32-bit True Color. Vengono chiamate True Color (colore reale) perché il software di controllo ed il display possono gestire 16 milioni di colori, approssimativamente il numero che l’occhio umano riesce a distinguere.

ATTENZIONE: Controllate il Vostro Sistema. Controllate il settaggio del vostro computer, non sempre è impostato alla massima capacità. Per sapere se la vostra versione di Windows supporta True Color, fate clic col tasto destro sul desktop e poi su Proprietà. Cliccate Impostazioni e verificate Colori.

Perché occorrono 24 bit per avere 16 milioni di colori? Si tratta di semplice aritmetica. Per calcolare quanti colori possono essere mostrati, basta elevare il numero 2 alla potenza del numero di bit usati per registrare o riprodurre l’immagine. Per esempio, 8 bit dà 256 colori perché 28=256.

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Alcune fotocamere digitali (e scanner) usano 30 o più bit, e applicazioni professionali spesso richiedono una profondità di colore di 36 bit, un livello usato solo nel campo della grafica professionale di alta classe. Questi bit in eccesso non sono usati per generare colori che devono essere riprodotti, ma per migliorare il colore durante il processo di elaborazione fino alla sua forma finale, poi le immagini vengono convertite a 24 bit per la stampa.

Sensibilità

Il valore ISO che appare sulla confezione delle pellicole specifica la velocità, o sensibilità, di un film a emulsione d’argento. Più alto è il numero e più “veloce”, o più sensibile è il film alla luce. Chi abbia acquistato dei rullini conosce i valori di sensibilità 100, 200, o 400. Raddoppiando il valore ISO si raddoppia la sensibilità del film.

Anche i sensori digitali sono classificati con numeri ISO equivalenti. Come per il film, un sensore con bassi valori ISO necessita di più luce per una buona esposizione. Ma per avere più luce occorre una più lunga esposizione (che oltre un certo limite può causare immagini mosse), o una maggiore apertura del diaframma con conseguente riduzione della profondità di campo. A parte altre considerazioni, è auspicabile poter utilizzare un sensore con maggiore disponibilità di alti valori ISO perché aumenta la capacità di catturare immagini in movimento e le riprese in ambienti poco illuminati. Tipicamente i valori ISO vanno da 50 (poco sensibile) a 3200 o più (molto sensibile).

Nelle fotocamere digitali sono disponibili diversi valori ISO. In situazioni di bassa luminosità si può aumentare la sensibilità ISO amplificando il segnale generato dal sensore (aumentando il suo ‘guadagno’). Alcune macchine fotografiche possono aumentare la sensibilità in modo automatico, adeguandola alle necessità della ripresa. L’aumento della sensibilità del sensore contribuisce però ad aumentare il rumore, o “grana”, rendendo le immagini meno nitide e meno adatte per la stampa a grandi dimensioni. Le prestazioni dei sensori alle alte sensibilità ISO sono estremamente variabili da macchina a macchina; test e prove a confronto consentono di verificarne le prestazioni.

Qualità dell’immagine

Le dimensioni di un file di immagine dipendono in gran parte dalla sua risoluzione. Più alta è la risoluzione più sono i pixel da memorizzare e più grande sarà il file. Per ridurre le dimensioni di un file tutte le camere producono immagini in un formato chiamato JPEG (Joint Photographic Experts Group, pronunciato “jay-peg”). Questo formato non solo comprime le immagini, ma permette pure di scegliere il livello di compressione e quindi il peso finale del file. Questo è molto utile perché permette al fotografo di scegliere il giusto compromesso tra dimensione del file e qualità complessiva dell’immagine.

Minore compressione significa migliore qualità ma più spazio occupato in memoria, maggiore compressione permette di avere più immagini a disposizione a parità di memoria disponibile. Le immagini molto compresse sono particolarmente adatte alla pubblicazione su internet e per l’invio tramite e-mail. Useremo invece la minore compressione possibile per ottenere stampe su carta di buona qualità.

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Un’immagine fortemente compressa produrrà questo effetto quando viene ingrandita oltre un certo punto.

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Un’immagine con minore compressione conserva un aspetto migliore.

Oltre al settaggio della compressione, le fotocamere digitali consentono di variare la risoluzione per ottenere un file di dimensioni ridotte. Quando la quantità di memoria disponibile nella scheda dovesse iniziare a scarseggiare si può decidere di sacrificare la qualità per la quantità.

Rapidità di scatto

Henri Cartier-Bresson è diventato famoso per le sue fotografie che catturano quel “momento decisivo” delle azioni che accadono, in quell’unico istante che rende una foto attraente. La sua coordinazione occhio-mano era inarrivabile ed otteneva quei risultati perché era sempre pronto allo scatto. Le moderne fotocamere digitali hanno esposizione e messa a fuoco automatiche che ci liberano dalla preoccupazione di regolazioni continue. Tuttavia queste camere possono avere altri problemi che rendono il momento decisivo difficile da catturare. Vi sono in particolare due tipi di ritardi, o tempi morti, che ci rendono la vita difficile quando si tratta di reagire con prontezza.

  • Il primo ritardo che si nota è tra il momento in cui si preme l’otturatore e quello dello scatto effettivo. Questo ritardo, chiamato ritardo di refresh, accade perché la camera prima di effettuare la ripresa, azzera le cariche elettriche residue del sensore, regola il bilanciamento del bianco, regola l’esposizione e mette a fuoco l’immagine, fa intervenire il flash (se occorre) e finalmente riprende la scena.
  • Il secondo ritardo, il tempo di riciclo, avviene dopo lo scatto quando l’immagine ripresa viene analizzata, elaborata, compressa e trasferita in memoria. Questo ritardo può essere anche di mezzo secondo ed oltre, specie per la memorizzazione di file in formato RAW.

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Il ritardo tra il momento in cui si preme il pulsante e la ripresa effettiva significa che occorre anticipare l’azione per non perdere l’attimo cruciale. Nelle fotocamere più recenti questo ritardo tende a ridursi sempre più, grazie a processori d’immagine sempre più evoluti e veloci.

Ambedue questi ritardi influenzano la velocità nel caso di scatti in sequenza. Se i ritardi sono troppo lunghi si può perdere uno scatto importante. Per catturare azioni che si susseguono rapidamente, molte fotocamere hanno una modalità di scatto continuo (sequenziale o a raffica), che permette di riprendere una foto dopo l’altra mantenendo premuto l’otturatore. In questo caso la macchina fotografica invia le immagini parzialmente elaborate in un’area di memoria provvisoria chiamata buffer per poi tornare al normale processo quando la ripresa in sequenza è terminata. Il numero di immagini memorizzabili nel buffer dipende dalle dimensioni delle immagini e dalla capienza del buffer stesso.

Se i ritardi di refresh e di riciclo erano notevoli nelle camere compatte fino a poco tempo fa e potevano creare qualche problema, oggi la moderna tecnologia ha notevolmente migliorato questo aspetto, rendendo il ritardo spesso virtualmente trascurabile.

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